A proposito di realismo delle foto, reportage, etica e manipolazioni della realtà


Recentemente, durante il mio vagabondare nei meandri della rete, mi sono imbattuto in un meme che mostrava una foto di Steve McCurry prima e dopo il lavoro di post produzione:

Before after

In pratica potete vedere nel riquadro in alto la foto come è uscita dalla fotocamera mentre sotto vedete il risultato che venne poi pubblicato, che ripeto, viene normalmente fatto su quasi tutte le foto che potete vedere in giro, dove si notano, oltre ad un trattamento generale dell’immagine che ne esalta il colore e i dettagli, anche una serie di modifiche più importanti come l’eliminazione di alcune figure nello sfondo e soprattutto di una persona dalla scena principale.

Per questa foto e per altre simili, McCurry è stato coinvolto in una polemica molto accesa, un po’ di tempo fa, sulla pratica, secondo alcuni, poco etica, di alterare in modo significativo la realtà all’interno delle proprie foto e di fatto si è cercato di far passare il messaggio che una foto alterata è una foto bugiarda (e bugiardo è, di conseguenza, anche chi l’ha scattata). Questa cosa ovviamente ha generato un dibattito generalizzato sull’argomento e ne sono venute fuori di ogni tipo, a partire dai reportagisti ed i fotoreporter che eticamente dovrebbero rappresentare la cruda realtà senza alterarne in alcun modo la scena, né per questioni estetiche, né per mostrare in modo parziale la scena raccontata (peccato che poi la foto stessa, per sua natura, rappresenti solo una porzione della realtà, escludendo tutto ciò che non entra nel mirino, ma tant’è).

Personalmente non mi permetto di criticare McCurry dal basso del mio insignificante contributo alla fotografia e anzi, mi permetto di ricordare, citando dalla sua pagina su Wikipedia, chi sia questo signore:

La sua carriera è stata lanciata quando, travestito con abiti tradizionali, ha attraversato il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, controllato dai ribelli poco prima dell’invasione russa. Quando tornò indietro, portò con sé rotoli di pellicola cuciti tra i vestiti. Quelle immagini, che sono state pubblicate in tutto il mondo, sono state tra le prime a mostrare il conflitto al mondo intero. Il suo servizio ha vinto la Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad, un premio assegnato a fotografi che si sono distinti per eccezionale coraggio e per le loro imprese.

McCurry ha poi continuato a fotografare i conflitti internazionali, tra cui le guerre in Iran-Iraq, a Beirut, in Cambogia, nelle Filippine, in Afghanistan e la Guerra del Golfo. Il lavoro di McCurry è stato descritto nelle riviste di tutto il mondo e contribuisce sovente al National Geographic Magazine. McCurry è membro della Magnum Photos dal 1986.

Questo tanto per chiarire che l’atteggiamento di sminuire il valore di qualcuno sulla base di alcune foto “discutibili” vada un attimino ponderato, se non altro perché a chi rischia la vita per fare un lavoro in cui crede meriti molto rispetto a prescindere.

Reportage ed etica fotografica

Di cosa sia la post produzione e il fotoritocco ne ho già parlato qui e qui, ma le cose sono cambiate molto negli ultimi anni, e se da una parte l’idea di trattare l’aspetto dell’immagine per renderlo più accattivante, modificandone colori, contrasti, facendo emergere dettagli dalle ombre, è ormai accettato quasi universalmente (purtroppo non altrettanto universalmente è diffuso il gusto e la competenza nel farlo in modo corretto ed efficace), quella di ritoccare l’immagine alterando pesantemente la scena è ancora un tabù per molti, soprattutto oggi che gli strumenti di ritocco di photoshop, ma non solo quelli, permettono alterazioni impensabili.

È chiaro che ci sono dei generi fotografici dove l’elemento imprescindibile della foto sia la realtà, un racconto di un evento, ad esempio non ha senso se è fasullo, a meno che non si stia raccontando una favola, né più, né meno di ciò che accade in Letteratura o nel Cinema o in qualsiasi altra arte narrativa. Ma è anche vero che non sempre è la realtà che ci interessa, magari a volte vogliamo solo sognare, oppure ricordare un’emozione e riviverla anche senza rappresentarla per forza in modo fedele, questo perché la nostra memoria non è fedele ed è fortemente influenzata dalle emozioni che sono legate a quel ricordo. Provate a riascoltare una canzone della vostra infanzia che non avete più sentito e ditemi se non è molto differente da quello che ricordavate, spesso purtroppo pure molto peggiore (il mio bel trauma l’ho subito quando a 25 anni ho avuto la malsana idea di rivedermi Jeeg Robot e Goldrake… non sono andato oltre la prima puntata e mi sono distrutto uno dei ricordi di bimbo più belli che avevo!).

In definitiva, se lo strumento tecnico oggi permette di alterare la realtà creando finzioni assolutamente realistiche nella forma ma totalmente staccate dalla realtà, diventa importante introdurre un concetto di etica fotografica che possa guidare ciascuno nella scelta di cosa e soprattutto di come raccontare una storia, questo perché, mia personalissima opinione, fare qualcosa semplicemente perché si ha facoltà di farla sia un approccio che non implica una scelta consapevole ma solo qualcosa di occasionale e fortuito.

Quindi viva la post produzione senza limiti? NI

Quando ho iniziato a fotografare cani, beh, a parte l’averlo fatto semplicemente perché mi piaceva farlo, di sicuro non avevo in mente chissà quale impegno artistico o di rappresentare una qualsiasi straordinaria storia, ma quando c’è la passione non si sa mai come vanno a finire certe cose e pian piano ho iniziato ad elaborare un mio messaggio, una mia idea che fosse il filo conduttore che unisse i miei scatti, o almeno la maggior parte di questi e iniziai a cercare di raccontare qualcosa.

Tralascio tutti le incursioni che mi capita di fare in altri generi fotografici, sono curioso per natura e mi piace giocare con cose nuove ma la maggior parte delle quali si esaurisce anche in breve tempo, quello che continua a divertirmi è la foto sportiva ed il reportage, e almeno nelle mie intenzioni, quello che cerco di fare, quel filo conduttore che vorrebbe unire tutte le mie fotografie è proprio il raccontare gli eventi e cercare di farli rivivere rappresentando in qualche modo l’emozione di quell’evento più che la sua cruda realtà. Per questo motivo non mi capita di intervenire in modo pesante sulle foto ma non ne faccio un limite e mi piace comunque trattare la foto perché è così che la vedo nel mio ricordo.

Quello che mi preme è raccontare l’agility attraverso piccoli momenti significativi, in un semplice salto non c’è solo un cane che attraversa un ostacolo, c’è un’espressione che dovrebbe raccontare lo sforzo fisico del momento ma anche tutto l’impegno di preparazione che c’è dietro, che si esprime attraverso una postura, uno stile personale, il bello dei cani è che, per quanto li alleni e cerchi di trasferirgli una tecnica efficiente, finiscono sempre per reinterpretarla a modo loro rendendo i loro gesti unici, potrei fare reportage interi solo su un ostacolo in un solo giro con 50 cani e verrebbero fuori 50 foto differenti! Ma poi c’è la simbiosi con il conduttore, non solo il modo con cui ciascuno affronta quel passaggio ma quello con cui ciascuno si rapporta all’altro cercando le giuste posizioni, velocità e tempismo. Infine c’è il contesto, non stanno saltando su Marte o in una stanza vuota tutta tinta di bianco, sono in un posto preciso, ci sono i loro amici nello sfondo, i loro avversari, che osservano e che più o meno involontariamente esprimono sensazioni ed arricchiscono il racconto. E ci sono anche un sacco di elementi estranei che creano disturbo che non sono mai stato contrario a rimuovere e che tengo principalmente per ragioni pratiche.

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Per questo non sono contrario nemmeno al foto ritocco, la foto ideale per me è quella che racconta la scena in modo realistico e fedele, al netto però di tutti quegli elementi che a mio personalissimo giudizio, non arricchiscono il racconto ma contribuiscono a spostare l’attenzione da ciò che vorrei che fosse invece il messaggio di quella scena (ed ecco perché non parlo di fotografia ma di scena!).

Quello che invece non mi va di fare, non per ragioni etiche o convinzioni preconcette, è alterare la realtà della scena stessa, se il cane salta a pelo con la stecca non mi interessa scontornarlo e posizionarlo 20cm più in alto per farlo sembrare quello che non è, non cerco il punto dello slalom dove il cane poco motivato sembra invece un border impazzito che affronta lo slalom ai mondiali, per lo stesso motivo vale anche il contrario, non mostro una scena che lo svilisce perché effettivamente l’istante è quello ma un mio scatto cerca di sintetizzare in quell’istante una storia più ampia e rappresentativa di ciò che è quel cane o quel binomio, è un po’ complicato da spiegare perché c’è di mezzo la sensibilità personale e il modo altrettanto personale con cui ciascuno di noi vede la realtà che ci circonda e per questo omettere qualcosa, modificarla in qualche modo può avere significati molto differenti a seconda di chi li guarda.

Un mio vezzo “creativo”: il trattamento colore

Parallelamente a tutto questo, porto avanti un discorso un po’ più sottile sul trattamento dei colori e della resa generale, mi piace molto il cinema e come viene alterato il colore nei film, per enfatizzare con la giusta atmosfera la trama.

Fateci caso, ogni film ha una resa dell’immagine particolare, i colori che appaiono, le dominanti di colore, quanto sono enfatizzati i dettagli oppure quanto sono resi soft, quanto sono vividi i colori e quanto vengono alterati nel gioco di luci ed ombre, anche i film apparentemente più “fedeli” alla realtà in effetti presentano questo tipo di alterazioni (spesso le scene  sono costruite a tavolino utilizzando per arredi, vestiti e sfondi dei colori ben precisi che messi assieme nella scena creano abbinamenti che creano un certo feeling in sintonia con ciò che si sta raccontando), per non parlare di film di fantasia dove la realtà raccontata non esiste proprio, questi trattamenti sono sempre funzionali alla narrazione, prendete ad esempio Matrix, le scene hanno un trattamento completamente differente quando ci si trova dentro Matrix (tipicamente con una dominante verde, contrasti e colori spenti a sottolineare l’artificialità del mondo circostante) rispetto a quando il protagonista vede per la prima volta il mondo per quello che è (è cioè, una vera m…a! :D).

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Uso questa tecnica già da diversi anni ma raramente la rendo evidente, perché preferisco che la foto sia più naturale possibile a primo impatto, ma ogni tanto mi piace sperimentare per prendere confidenza ed imparare soprattutto ad usarla finalizzata al racconto, per sottolineare aspetti ambientali e se possibile per renderle piacevoli quando le condizione di luce non sono troppo favorevoli (si potrebbe obiettare che basterebbe scattare nei momenti di luce favorevole ma sfortunatamente gli eventi capitano quando capitano e chi li organizza, giustamente, non deve pensare anche a come sarà la resa fotografica, oltretutto il nostro cervello elabora già di suo la luce ambientale eliminando proprio quei difetti che una luce brutta mostra in foto!).
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In conclusione

Purtroppo vedo sempre più spesso foto pesantemente elaborate, tanto appariscenti ma troppo spesso prive di contenuto e banali, una versione in alta qualità della moda di Instagram e dei suoi filtrini antichizzati con cui ci siamo vicendevolmente martoriato gli occhi alcuni anni fa, al netto di pochi fotografi davvero molto bravi che continuano a fare bellissime foto a prescindere da come siano elaborate, la media resta sempre la stessa perché le persone sono sempre le stesse e con percentuali simili si distribuiscono capacità, volontà a migliorarsi e talento, quindi anche questa moda passerà (sta già passando in realtà), saliranno alla ribalta altre mode, altri modi di vedere la realtà ma chi saprà raccontarceli meglio sarà sempre un numero ristretto di persone, ma provarci, metterci l’impegno cercando di tirar fuori qualcosa di buono è qualcosa, direi quasi un dovere, a cui dovremmo aspirare tutti.